L'Antigone calpestata: monetizzare la morte al tempo dei click
Dimenticare il nostro retaggio culturale per lucrare sull'orrore: anatomia di uno sciacallaggio editoriale mascherato da diritto di cronaca.

C'è una linea di demarcazione netta che separa il diritto di cronaca dalla barbarie, e la stampa locale l'ha appena calpestata per incassare i dividendi di qualche banner pubblicitario.
Viviamo e operiamo in una terra che fu Magna Grecia, la culla di una civiltà che ha fondato i propri pilastri sul rispetto sacro e inviolabile del rito funerario.
Per il pensiero classico, l'esposizione del cadavere allo sguardo profano era l'oltraggio supremo, la hybris inaccettabile.
Su questo principio Sofocle ha eretto la tragedia di Antigone, disposta ad affrontare la morte pur di gettare un pugno di terra sul corpo del fratello, sottraendolo allo scempio pubblico. Oggi, a distanza di millenni, assistiamo a un regresso antropologico spaventoso: i nostri sedicenti cronisti fanno l'esatto opposto.Usano il dramma come vetrina e l'asfalto come palcoscenico.
Pubblicare la fotografia di un ragazzo di ventisei anni coperto da un telo, a pochi istanti da un gesto di disperazione assoluta, non ha alcun valore informativo. Quel lenzuolo dovrebbe rappresentare il confine sacro e invalicabile del pudore, il sipario che cala sulla fine di un'esistenza.
Voi, invece, lo avete trasformato nell'esca di un macabro mercimonio.
La morte esige un silenzio che la vostra fame di visualizzazioni ha deciso di profanare.
E di questo, semplicemente, dovreste vergognarvi.
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