Vivere Quattromiglia: il caso di via Marconi
Nelle ultime ore, si leva la denuncia dei residenti di via Marconi, esasperati da episodi di atti osceni che si consumano ripetutamente, sia nelle ore notturne che alla luce del sole.

Quattromiglia non è solo un indirizzo di passaggio o un dormitorio a cielo aperto per chi frequenta l'Università della Calabria; è un ecosistema sociale complesso, un crocevia in cui la dimensione accademica si fonde con la quotidianità di chi la abita stabilmente. È proprio da questo tessuto che, nelle ultime ore, si leva la denuncia dei residenti di via Marconi, esasperati da episodi di atti osceni che si consumano ripetutamente, sia nelle ore notturne che alla luce del sole.
La notizia, emersa nelle cronache locali, rischia di essere archiviata nel perimetro della cronaca nera minore o derubricata a folkloristico disagio di periferia. Un errore di prospettiva, soprattutto per chi vive e anima la cittadella universitaria. Quando una zona nevralgica per la popolazione studentesca e per le famiglie scivola in una condizione di insicurezza e degrado percepito, il problema smette di essere un'eccezione di ordine pubblico e diventa una questione di pianificazione urbana, illuminazione e presidio del territorio.
Ridurre il fenomeno a una sterile indignazione morale non serve a comprendere la radice del problema. Il degrado urbano si combatte laddove lo spazio pubblico viene abbandonato a se stesso, privato di una manutenzione illuminotecnica adeguata e di un controllo istituzionale che non sia episodico ma strutturale. Via Marconi, come molte arterie limitrofe all'area urbana di Rende, vive di una doppia anima: brulicante di vita e fermento giovanile da un lato, vulnerabile nelle sue zone d'ombra dall'altro.
La risposta della comunità, compresa quella studentesca, non può limitarsi alla denuncia passiva o all'assuefazione. Chiedere maggiore illuminazione, controlli mirati e una presenza più capillare delle forze dell'ordine è il minimo sindacale per garantire la fruibilità degli spazi comuni. Ma c'è di più: serve un ripensamento culturale dello spazio urbano. Un campus diffuso come quello dell'Unical merita una cintura urbana che sia sicura, accogliente e vivibile 24 ore su 24. Ignorare questi segnali significa abdicare al ruolo di cittadinanza attiva che ogni studente e residente dovrebbe pretendere per il proprio territorio.
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