Autostazione di Cosenza: accoltellamento in pieno giorno, quando la paura diventa consuetudine
La crisi della sicurezza e il diritto alla città: possiamo davvero tollerare che la paura diventi la regola non scritta di chi attraversa la nostra città?

Un accoltellamento in pieno giorno, il sangue sul cemento e l’arrivo dei soccorsi a sirene spiegate. Ciò che si è consumato nelle scorse ore all’Autostazione di Cosenza non è un episodio isolato: è la manifestazione plastica di una progressiva, inaccettabile erosione della sicurezza urbana nel nostro territorio.
La sicurezza non è un privilegio accessorio, né una bandiera di parte; è il presupposto imprescindibile affinché una comunità possa definirsi civile. Quando uno snodo vitale della mobilità si trasforma periodicamente in una zona d'ombra ad alto rischio, l'intera impalcatura del vivere comune entra in crisi.
Lo spazio pubblico appartiene a tutti, ma oggi a pagarne il prezzo più alto è chiunque si trovi a transitare per necessità. Lavoratori che rientrano a fine turno, anziani, e in particolar modo la popolazione studentesca - ragazzi e ragazze costretti a convivere con una sensazione perenne di allerta mentre attendono una coincidenza - vedono compromesso il proprio diritto primario a muoversi senza timore.
Il pericolo più insidioso non risiede soltanto nella violenza fisica dell’accaduto, ma nell'involuzione culturale che ci porta a considerare l’insicurezza come un fattore ambientale ineludibile. Catalogare un ferimento grave come ordinaria amministrazione equivale a dichiarare la resa della convivenza civile.
Una città non può considerarsi vivibile se i suoi luoghi di transito obbligato impongono strategie di evitamento, sguardi bassi e passi affrettati. La libertà di fruire degli spazi collettivi cessa di esistere nel momento esatto in cui l'incolumità personale diventa una variabile legata alla sorte.
La domanda che la cittadinanza ha il dovere di porsi non riguarda il singolo fatto di cronaca, ma il modello di convivenza che siamo disposti ad accettare: possiamo davvero tollerare che la paura diventi la regola non scritta di chi attraversa la nostra città?
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