Morte di Mohamed Amin Bessioud, una tragedia che impone verità e una riflessione sulla salute mentale
Il 25enne ha perso la vita durante una perquisizione nella sua abitazione. Sulla vicenda indaga la magistratura. Intanto emerge ancora una volta il tema della tutela delle persone più fragili.

Ci sono notizie che fanno male. E questa è una di quelle.
La morte di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, ha sconvolto un’intera città. Un ragazzo ha perso la vita durante una perquisizione nella sua abitazione e oggi Cosenza si interroga su come sia potuto accadere.
Su quanto successo sarà la magistratura a fare piena luce. Non spetta a nessuno anticipare conclusioni o attribuire responsabilità prima che le indagini abbiano ricostruito ogni passaggio della vicenda. Proprio per questo, però, è fondamentale che tutto venga chiarito con la massima trasparenza. Per Mohamed, per la sua famiglia e per tutti i cittadini.
C’è però un tema che questa tragedia impone di affrontare.
Secondo quanto emerso pubblicamente, Mohamed sarebbe stato seguito dal Centro di Salute Mentale. Se questa circostanza fosse stata conosciuta anche durante l’intervento, è legittimo domandarsi se una situazione tanto delicata richiedesse particolari modalità operative. Non è un’accusa verso nessuno e non vuole sostituirsi al lavoro della magistratura. È una riflessione che nasce dal valore della vita umana e dalla necessità di comprendere se tutto ciò che poteva essere fatto sia stato effettivamente fatto.
La salute mentale continua troppo spesso a essere considerata un tema secondario. Se ne parla quando accade una tragedia, quando una famiglia viene distrutta e quando l’opinione pubblica si interroga su ciò che avrebbe potuto essere evitato. Poi, con il passare dei giorni, il silenzio torna a prevalere.
Ma chi vive una condizione di fragilità psicologica non è un numero, non è un fascicolo e non è un problema da risolvere rapidamente. È una persona che merita ascolto, competenza, rispetto e percorsi di assistenza adeguati.
Non sappiamo cosa sia accaduto in quei drammatici istanti. Saranno gli accertamenti a stabilirlo. Sappiamo però che oggi un ragazzo di 25 anni non c’è più. E questo dovrebbe bastare per fermare tutti, al di là delle opinioni, delle appartenenze e delle polemiche.
Questa vicenda deve rappresentare anche un’occasione per interrogarsi su come il nostro sistema affronta il disagio mentale e sulle risorse destinate ai servizi dedicati. Perché la salute mentale non può essere ricordata soltanto dopo una tragedia: servono investimenti, formazione, sensibilità e protocolli capaci di tutelare realmente le persone più vulnerabili.
Per Mohamed, purtroppo, è troppo tardi.
Per tutti gli altri, forse, siamo ancora in tempo.
Un pensiero va a Momo e alla sua famiglia. Che la ricerca della verità proceda fino in fondo, senza pregiudizi, senza zone d’ombra e con il rispetto che ogni vita spezzata merita.
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